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Utopie del dinamismo urbano

Since the mid-nineteenth century, the metropolis appeared as one of the most dramatic and contradictory manifestations of the modern age, characterized by cultural and functional problems which required radical reforms in the issues of traffic and transport, in the housing and the organization of domestic life. The futurist Umberto Boccioni interpreted the explosive growth of the city in paintings like ''La citta' che sale'' and Mario Sironi in new urban landscapes of the industrial suburbs. In 1926, the German director Fritz Lang filmed ''Metropolis'' with the expressionist scenography of Erich Kettelhut. The dynamism and the problem of the future of the city became protagonists of discussions of the European, American and Japanese neo avant-garde, until the early seventies. During 1968, Italian radical groups, such as Archizoom or Superstudio, articulated a critique of capitalist cities, putting into question the structure and meaning in the urban utopia of a constant dynamism.
This paper, through the analysis of paintings and urban visions of the twentieth century, proposes to examine numerous design mode that investigated the theme of urban dynamism, looking for solutions or highlighting the limits of these futuristic utopias.
Keywords: metropolis, future progress, constant dynamism.

Utopie del dinamismo urbano: da "La città che sale" al "Monumento continuo". Iconografie, modalità e limiti progettuali a confronto.

Fabiana Susini

DIDA, Università degli Studi di Firenze, Italy

 

 

La città che sale ... ...

Nel 1910 Umberto Boccioni (1882-1916) dipinse La città che sale, opera che può essere considerata come il primo lavoro pienamente futurista dell’artista. Il dipinto mostra in primo piano uomini e cavalli che si fondono in un esasperato sforzo dinamico indirizzato verso il progresso, mentre sullo sfondo è possibile cogliere uno scorcio di una periferia urbana con palazzi in costruzione, impalcature e ciminiere, simbolo della nuova identità della città in trasformazione. Questo celebre dipinto, emblematico del Novecento, rappresenta in un vortice di movimento e di colori il sorgere di nuove costruzioni: la volontà è quella della resa di un'emozione, di uno stato d'animo provocato dalla realtà frenetica della nascita di una città moderna.

Fin dagli inizi del Novecento, la dinamica dello spazio urbano è stata il campo di sperimentazione tipico di una nuova sensibilità artistica e culturale: il tema della città moderna fu ricorrente nella pittura di Balla (attratto dai nuovi quartieri romani sorti al limite delle mura aureliane in seguito alla distruzione di Villa Ludovisi), di Russolo, di Carrà, di Severini e dello stesso Boccioni con la serie delle periferie milanesi (Crispoldi, 1971).

Nel "Messaggio" e nel successivo "Manifesto dell’architettura futurista" scritti da Antonio Sant’Elia (1888-1916) nel 1914, la città nuova sognata dagli esponenti del gruppo doveva presentarsi “simile a un immenso cantiere tumultuante, agile, mobile dinamico in ogni sua parte” (Cresti, 2009). L'architetto comasco ebbe il merito di proporre nel 1914 un modello di architettura e urbanistica legato più strettamente alla funzione degli edifici, lasciando nuda la struttura, senza alcuna sovrapposizione ornamentale. Alcuni anni prima del Manifesto scritto da Sant’Elia, anche Boccioni aveva redatto un suo documento sull’architettura, rimasto inedito per anni e successivamente oggetto di numerosi studi comparativi. Il tema dei materiali è uno dei concetti che risulta simile in entrambi i testi: gli autori danno eguale importanza all'esaltazione della "casa di cemento, di vetro, di ferro, senza pittura e senza scultura, ricco soltanto della bellezza congenita alle sue linee e ai suoi rilievi” (Cresti, 2009). La facciata, in tale nuova concezione architettonica, non aveva più un'importanza preponderante, ma l'esterno era da sacrificare all’interno e a ciò si ricollegava bene la concezione che i nuovi prodotti dell’architettura dovessero per forza opporsi al passato. Secondo Boccioni, “nella creazione architettonica il passato opprime la mente del committente e dell’architetto”(Camporesi, 1982); secondo Sant'Elia "l'architettura si stacca dalle tradizioni. Si ricomincia da capo per forza” (Cresti, 2009). Di conseguenza, ciò implicava un'opposizione al legame agli ordini e agli stili antichi e a quelli stranieri: l’architettura doveva essere concepita come qualcosa di vitale e completamente slegata dal passato.

Iniziava così il ragionamento sulla città del futuro, che portò all'elaborazione di progetti espansi, dinamici e sempre più o meno utopistici, che mostrano le criticità di una società in veloce e continua trasformazione.

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Ultimo aggiornamento: 10/06/2017 07:36

Superstudio, Monumento continuo, 1970.jpg

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