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DEMOLIRE COME COSTRUIRE

In the landscape it is possible to recognize certainly the shape of the local singularities. It is possible to gain again, conserve or lose the local meaning of the places if we are able or not to understand (composing/designing) the need of introduce new and different elements in the context. On the Costa Ionica - the project area of the 6th Lid´A Laboratory - as elsewhere, the tumultuous urbanization and the construction action already overcame the limit that linked this heimat (native place) and the genius loci. Here the many “eco-monsters” are buildings that are witness of this violence. A demolition project can represent here not the tabula rasa but the architectural art of forgetting. Through demolition it is possible to mark a new beginning, a way of doing architecture after the perception of the loss of the local character: the trauma of demolition, able to take back to a measure, opens again the place to the confident and positive reception of Architecture. Demolition becomes a rite of re-foundation, of a new possession of the site: the demolition makes again the place, in the sense that it is necessary condition for the construction of a “new place”. Demolition opens again to the meaning of a void and re-builds the condition of an architectural potential in the site. Within an incessant dialectic between memory and oblivion, programmed destructions for the construction of a new landscape produce a new landscape, producing mutually demolition and construction and, in this sense, a Project concerns both: only in this way it will be possible to introduce a architectural technique of landscape.

 

DEMOLIRE COME COSTRUIRE

Antonio F. Mariniello

Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Napoli “Federico II

 

... è innegabile che il «paesaggio» sorge solo quando la vita pulsante nella visione e nel sentimento si strappa dall’unità della natura, e la struttura particolare così creata si apre nuovamente, per così dire da se stessa, a quella della vita totale, accogliendo nei propri confini inviolati l’illimitato.

(Georg Simmel, Filosofia del paesaggio, 1913)

 

I tentativi di decostruzione/ricostruzione del concetto di paesaggio praticati da una certa cultura contemporanea (persino ai livelli istituzionali di un certo centralismo burocratico-tecnocratico europeo) rischiano di annegare in una pratica di conformistica “sistematizzazione del declino” (Purini, 2011) se non di regredire addirittura ad una sorta di replicante critica reazionaria della Modernità, ma in forme banalizzate rispetto alla potenza “moderna” dei grandi critici tra fine Ottocento e Novecento.

Se il paesaggio è intreccio visibile tra Natura e Artificio (come insieme di azioni costruttive), nella sua forma sensibile esso rivela un’insopprimibile intenzionalità abitativa (costruttiva-conformativa-trasformativa) nel mondo.

Ma nelle sue determinazioni storiche e materiali il paesaggio - prima ancora che prodotto estetico - è piuttosto un prodotto “politico”. Le sue manifestazioni (forme) - sebbene a volte armonizzate in accordi di una pacificazione sempre provvisoria - contengono piuttosto l’esito della de-cisione, della scelta traumatica, del governo (o del dis-governo) sia del conflitto urbano/territoriale sia delle intenzioni vincenti nell’antagonismo degli interessi nella  polis in quanto societas (Gesellschaft) . E queste forme si offrono nel tempo, tanto allo sguardo del vincitore quanto a quello del vinto, nella dinamica di una alterna vicenda di lunga durata. A nulla vale stendere opachi veli ideologici su questa condizione - inarrestabile - allontanando ogni esercizio critico operativo su ciò che si vorrebbe perfettamente compiuto una volta per tutte, tentando di ricostruire un’idea di paesaggio quale sublime, innocente e perenne paradigma dell’identità riflessa di una communitas (Gemeinschaft). In forme insopprimibili di “bellezza interessata”, nel paesaggio riconosciamo certamente una forma delle singolarità locali: ma sapendo, ormai, che i paesaggi locali non appartengono solo all’immaginario e al patrimonio visuale di certe piccole patrie. Queste si rivelano quasi sempre tanto rissose e anguste dentro di sé, quanto coese nella ostilità all’apertura al Nuovo e all’accoglienza dell’Altro. Ciò malgrado, in prima istanza, è dalla consapevolezza delle società locali - in ordine alla crisi del dispiegarsi pieno di una propria vitalità nello spazio fisico del Luogo - che può venire il ri-conoscimento del paesaggio come auto-rappresentazione e figura pubblica di una identità collettiva specifica e irrinunciabile, persino come risorsa e valore economico che si offre al mercato - ormai globale - della fruizione del mondo per immagini. Si può, insomma, riguadagnare, conservare o perdere una propria Località se si è o meno in grado di com-prendere (comporre/progettare) la necessità del Nuovo e del differente.

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Ultimo aggiornamento: 12/09/2016 09:08

Stalettì. Località Copello_Mariniello.jpg

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