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The archaeology of the city

Inside cities born with Mediterranean civilizations coexist signs of the past and contemporary. The archaeological ruins are all that now remains of buildings that were designed and lived in a different era and for this reason the instance of archeology and the instance of the architecture should not be considered as opposed to each other but should interact to find the best solution as appropriate. The discovery of archaeological remains within the urban fabric change the existing spatial relationships and would require that these be reformulated through an architectural project. In contrast, the non-intervention is the risk of degradation but also of a loss of sense for the found artifact and also corresponds to a failure to take a position towards the archaeological remains. The intervention in an archaeological urban area should first define the margin; secondly entail a critical choice, that is a selection as to determine a hierarchy that allows the reading of these; finally ensure resemanticization and reintegration of archaeological artifact within the contemporary city through the inclusion of new uses. In this regard some recent projects realized in Spain, whose theme is that of coverage and the fence interpreted as habitable volumes, appear significant; projects in which the function is not necessarily linked to musealization of archaeological finds.

Keywords: definition of margins, critical selection, reinsertion into the urban fabric

THE ARCHAEOLOGY OF THE CITY

 

Monica Manicone

PhD Student: Draco Dottorato di Ricerca in Architettura e Costruzione,

Diap Dipartimento Architettura e Progetto, Sapienza Università di Roma, Italia

 

Il Mediterraneo, sin dai tempi più remoti, ha visto intrecciarsi civiltà e popoli che hanno lasciato la testimonianza del loro passaggio sul territorio. In questi luoghi, caratterizzati da una presenza archeologica di incomparabile importanza, il rapporto tra architettura e archeologia è una questione di rilievo fondamentale. Le tracce delle grandi civiltà mediterranee in Italia – ma anche sulle coste meridionali della Spagna e della Francia da una parte, quelle lungo il mare Adriatico da un’altra, sui territori della Grecia, della Turchia e dell’Africa settentrionale dall’altra ancora – rappresentano non solo un patrimonio artistico inestimabile, da difendere da ogni tipo di attacco – si pensi alle sciagurate distruzioni per mano terroristica – ma sono anche il segno tangibile, la diretta testimonianza, della evoluzione storica, politica, geografica, culturale, non solo dei popoli antichi ma della nostra stessa identità. Rappresentano, in altre parole, le nostre radici. Agire in ambiti come questi implica dover riscrivere le relazioni tra gli elementi esistenti. La riscrittura è avvenuta secondo diverse modalità, più o meno impattanti rispetto ai resti archeologici, a seconda delle epoche e delle culture. Limitandosi agli scenari più attuali si può osservare come tra le opposte tendenze verso approcci ricostruttivi o più prettamente conservativi siano varie le interpretazioni del problema della ricostruzione di un sistema di relazioni significativo tra la città moderna e i resti archeologici.

Il progetto di archeologia orientato in questo senso, se ha prodotto significativi risultati anche in Italia fino agli anni Ottanta, oggi vede spostare il campo di realizzazione in altri Paesi culturalmente affini. Se da una parte i siti archeologici presenti sul territorio risultano delle grandi emergenze che possono essere in qualche modo considerate dei veri e propri musei a cielo aperto in cui è possibile scavare su aree molto estese - limitandosi al solo territorio italiano si possono ricordare Ostia Antica, Villa Adriana a Tivoli, le città di Pompei ed Ercolano, l’area sacra di Paestum in Campania, Selinunte e la Valle dei Templi di Agrigento in Sicilia, per citarne qualcuna - nel contesto urbano il rapporto tra architettura e archeologia assume caratteristiche di particolare pregnanza. In tale contesto, infatti, non è possibile operare su vaste aree ma sarà necessario farlo entro certi limiti, definiti il più delle volte da elementi esistenti nel contesto, come edifici, infrastrutture o altre strutture edilizie. Inoltre, i ritrovamenti archeologici all’interno delle città contemporanee sono il più delle volte inaspettati nonché visti come un ostacolo, in quanto naturale risultato – essendo gli insediamenti urbani caratterizzati da una ininterrotta presenza antropica - degli scavi necessari per lavori sia privati sia pubblici, di cui gli interessanti ritrovamenti archeologici emersi negli ultimi anni a Roma o a Napoli - ma anche a Istanbul - durante gli scavi della metropolitana sono solo i più famosi e vicini esempi. In una sorta di “abitudine archeologica” i ritrovamenti all’interno delle città più antiche sembrano perdere quell’aura e quel senso di commozione che viene in mente pensando alle spedizioni archeologiche dell’Ottocento e Novecento. Nel momento in cui i resti archeologici emergono dal sottosuolo si pone il problema del rapporto tra archeologia e architettura, tra antico e moderno, rapporto che, soprattutto nell’architettura italiana, ha sempre svolto un ruolo determinante. In una città come Roma, ancora oggi, non può esserci intervento architettonico che non implichi una riflessione sul tema del rapporto tra antico e moderno – paradigmatiche le vicende del museo dell’Ara Pacis di Richard Meier, della riqualificazione del Mausoleo di Augusto, dei ritrovamenti archeologici a piazza Venezia o a piazza della Moretta. 

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Ultimo aggiornamento: 20/05/2015 15:21

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