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Mario Roberto Alvarez: alla ricerca del Moderno

The work of Argentinean architect Mario Roberto Alvarez in his very numerous and varied production tackling a variety of issues represents a remarkable example of integrity and rigor within the complex history of the Latin American Modern architecture of the last century. The essay in outlining his training and his debut focuses on the analysis of three of his works that testify the value of his research based on reduction to a few basic principles in a strict relationship between the technical forms and architectural ones.

Mario Roberto Álvarez: alla ricerca del Moderno

Renato Capozzi 

DiARC_Dipartimento di Architettura_Università degli Studi di Napoli “Federico II”

 

Un’opera di architettura può essere concepita, letta o registrata nel pensiero in due modi: può essere registrata come l’affettazione di un pensiero, o può essere concepita come un pensiero in azione. La differenza è minima ma essenziale

Ignacio Lewokowicz y Pablo Sztulwark

 

L’opera dell’architetto argentino Mario Roberto Álvarez - scomparso nel 2011 alla veranda età di novantasette anni - nella sua variegata e numerosissima produzione rappresenta una singolare testimonianza di coerenza e rigore all’interno della complessa vicenda dell’architettura latino-americana del secolo scorso. L’architettura moderna in quella parte del continente americano, com’è noto, è stata ed è continuamente in bilico tra un’ortodossia razionalista e riduttiva di matrice tedesca attraverso la rilettura dei suoi maestri Mies, Gropius e una versione espressionista o per meglio dire “formalista” della lezione lecorbusieriana soprattutto in Messico e in Brasile con le opere di Alberto Kalach e di Oscar Niemeyer.  Nell’architettura argentina, in un certo senso, sono compresenti entrambe le polarità rappresentate da un lato dall’eterogenea produzione plastico-brutalista, con accenti al limite del pittoresco, di Clorindo Testa (Biblioteca Nacional e Banca di Londra y Sudamerica di Buenos Aires) accumunabile spesso alle successive macrostrutture urbane di Justo Jorge Solsona, e dal versante “opposto” dalla ben più vasta opera di Mario Álvarez (e per certi versi di Vladimiro Acosta in alcuni progetti come l’Edificio Repetto) intrisa di un’insolita esattezza, di una sobria “forma moderna” paragonabile a quella dei riconosciuti maestri europei e nord americani (Jacobsen, Saarinen, Ludwig, Eiermann, Bunshaft (SOM), Martínez García-Ordóñez, Ortiz-Echagüe y Echaide), troppo frettolosamente ascritti agli esiti dell’International Style proposto da Philip Johnson e da Henry-Russell Hitchcock. Álvarez - com’era accaduto ad altri architetti eredi della stagione eroica del Razionalismo europeo degli anni ’20 e ’30 - lavora, sin dagli esordi e per più settant’anni, su pochi principi essenziali all’insegna di un metodo operativo basato su pochi principi di volta in volta applicati ai vari temi affrontati. Per Álvarez la nozione di “moderno” non è di tipo linguistica ma vieppiù metodologica, diviene una condizione non transitoria, assumendo il monito di Rimbaud «Bisogna essere assolutamente moderni», contrapposto a quello di Baudelaire secondo il quale «la modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell'arte, di cui l'altra metà è l'eterno e l'immutabile».

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Ultimo aggiornamento: 26/02/2014 10:04

Edificio Somisa.jpg

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